La frase iniziale di oggi è:
“Papà stava seduto davanti alla televisione e leggeva il giornale. Papà non si accorgeva di niente quando leggeva il giornale” (inizio de “Il giorno che scambiai mio padre con due pesci rossi” di Neil Gaiman. Mondadori)
Questa è la storia già iniziata che ho creato io. Aspetto le vostre…
IL NASO
Papà stava seduto davanti alla televisione e leggeva il giornale. Papà non si accorgeva di niente quando leggeva il giornale. Non capivo perché tutta questa attenzione quando il giornale lo conosceva bene, visto che era lui a scriverlo.
Mamma il mese scorso al telefono diceva che “Saymour è un giornalista affermato, guarda bene, tutte le notizie di cronaca locale sono firmate Seymour Gaiman. Sì, sì, guarda in fondo all’articolo su quella poveretta che si è suicidata quando le è caduto il criceto dal balcone. La conoscevi, no? Veniva sempre a fare la spesa il sabato mattina, quella vecchietta con i cappelli strani…. Beh, sì, d’accordo, hai ragione c’è scritto solo SG, ma sono le sue iniziali, l’ha scritto lui!”
Ne parlava sempre al telefono orgogliosa, come se dovessimo sentirci molto fortunati ad avere papà in casa con noi. Come se fosse un ospite di riguardo.
E io, infatti, mi sentivo fortunato, specialmente quando prendeva in giro le mie compagne di classe. Lo faceva a voce bassa mentre passavamo vicino a loro all’uscita della scuola, ma io sapevo che qualcosa lo avevano sentito, perché era da qualche giorno che Marie Louise, quella che “cammina sempre come se avesse due marmotte incinta attaccate ai piedi” mi guardava un po’ storto e mi chiedeva chi ci sarebbe stato a prendermi all’uscita.
Non capivo perché mia madre dicesse alle sue amiche di essere tanto felice per mio padre per poi cambiare faccia appena attaccava il telefono.
Penso che se era un giornalista importante con le iniziali in fondo agli articoli avrebbe dovuto sapere come si sta seduti a tavola, ma a lei non andava mai bene come ci comportavamo noi due, perché se ci vedeva qualcuno da fuori, diceva, sembravamo una di quelle famiglie di barbari con il nome che finisce con la S o con la Z. “Barbari come il mio compagno di classe Andres Ortiz?” ho chiesto Ma nessuno mi ha risposto. Pensavo di aver detto una cosa giusta, altrimenti mamma si sarebbe affrettata a correggermi. Come quando ho scritto sul tema che papà era il miglior giornalaio della città. Penso sia stato un errore grave perché mamma ha mandato una lettera a scuola spiegando a Miss Mayer che papà non vende giornali, ma che li scrive e che ci sono anche le iniziali a provarlo. E da lì in avanti mi ha sempre fatto consegnare personalmente una copia del NewsToday a tutte le insegnanti della miascuola, facendomi sembrare un lecchino come Sam il ciccione, che si vanta delle piante di gerani che coltiva suo padre e che ne consegna a dozzine alle insegnanti, riempendo l’aula di puzza di camposanto.
Erano giorni che papà sedeva davanti alla televisione e leggeva il giornale. Stava tutto il giorno a casa e accendeva una sigaretta dietro l’altra. La mamma lo rimproverava, diceva che la carta da parati stava ingiallendo, per non parlare dei suoi denti. Il giornale lo leggeva sempre più velocemente, muovendo la testa da sinistra a destra come se stesse guardando una partita di ping pong, ma allo stesso tempo sembrava essere diventato più lento, perché ci metteva almeno un quarto d’ora prima di girare pagina.
Non odorava più di dopobarba e non aveva più voglia di dirmi a quale brutto mammifero assomigliassero le gambe delle mie compagne di classe.
La mamma non gli rivolgeva la parola e se il telefono squillava preferiva far finta di non sentirlo e lanciarmi occhiatacce di rimbrotto quando provavo ad alzarmi per andare a sentire se era la nonna che voleva sapere i miei voti al compito di letteratura inglese, l’unica materiale che considerava importante.
Mi sono accorto che papà non mi rivolgeva la parola da giorni quando quella mattina, mentre mi chiamava ad alta voce, ho fatto un salto di spavento perché non ho riconosciuto immediatamente il timbro della sua voce.
Neanche quel giorno si è sprecato in chiacchiere, ha afferrato un grosso borsone e mi ha detto solo di seguirlo, ‘che oggi mi ci portava lui a scuola.
Per andare a scuola si passa sempre davanti al market, poi davanti alla scuola dei piccoli, poi davanti a casa di Marie Louise piedi di marmotta, poi davanti al giardino con le altalene, poi davanti al giornalaio con la figlia altissima che non parla mai e poi davanti al negozio delle scarpe che a mamma non piace perché ce le comprano tutti, persino la madre di Andrés Ortiz.
Arrivati al giornalaio avevo contato 88 passi, e papà non aveva detto una parola. Camminava davanti a me, come se avessi bisogno di seguire le sue tracce, ma io sapevo benissimo la strada per la scuola, una volta mi aveva anche permesso di andarci da solo, anche se mamma non lo sapeva.
Papà era così strano che neanche vedere l’ombra lunga della figlia dell’edicolante mi aveva fatto ridere, non avevo neanche osato fargliela notare, non sembrava avere voglia di suggerirmi all’orecchio che l’aveva vista fare merenda potando l’albero di eucalipto masticandone decine di foglie.
Davanti all’ingresso della scuola, Marie Louise ci aveva visto e aveva affrettato il passo, fingendo di sistemarsi le trecce. L’avevo vista di sfuggita perché non riuscivo a togliere lo sguardo dal naso di papà, che si era abbassato verso di me e che mi guardava fisso.
Mi sembrava accarezzasse la chiusura del borsone che portava a tracolla, ma non ne sono sicuro perché il suo naso mi ipnotizzava.
Chinato verso di me mi diceva: “Ciao, nano, e non badare troppo a quello che ti dice la mamma”.
Io ho continuato a fissargli il naso che non mi era mai sembrato così gigantesco e ho continuato a immaginare quelle grosse narici anche mentre la maestra mi diceva di dire a mamma che sapeva che papà aveva perso il lavoro e che poteva evitare di farmi portare il giornale tutti i giorni e che, anzi, la ringraziava per il pensiero gentile che aveva avuto per tutti quei mesi.
Ho continuato a immaginare quel naso tutto il giorno, immaginando anche che avrei potuto giocarci, che sarebbe stato divertente, dispiacendomi di non averci pensato prima, prima di quel momento in cui capivo che non l’avrei rivisto mai più.